Back to Home

Angela Gambirasio, vivere la diversità per non averne paura

Il libro di Angela GambirasioUna vittima di discriminazione generalmente è accusata di essere “diversa” per il semplice fatto di non essere “uguale” a chi discrimina: non sei del mio stesso colore di pelle, del mio stesso orientamento sessuale o della mia stessa religione.

Quest’estate ho capito che esiste un livello superiore di discriminazione contro chi è “non uguale” e addirittura “non normale”. Nella nostra lingua parlata, infatti, il contrario di “diversamente abile” non è “ugualmente abile”, come sarebbe più logico in italiano, ma semplicemente “normale”.

Non è giusto! Secondo me dovremmo ribellarci a questa discriminazione dei discriminati e batterci affinché disabili, stranieri, gay e islamici siano ugualmente vessati, ne va del buon nome della lingua italiana.

Prima che qualcuno pensi bene di denunciarmi o venirmi a “legnare” sotto casa voglio dire che per introdurre l’intervista a un personaggio come Angela Gambirasio non potevo evitare di essere dissacrante. L’autrice di “Mi girano le ruote” (edito Imprimatur), che ho letto ad agosto sotto l’ombrellone, nel suo libro abbatte tutte le barriere linguistiche, le definizioni e i ruoli, restituendo un po’ di verità su un mondo molto discusso e poco compreso: la disabilità.

È opinione sempre più diffusa che le giovani generazioni stiano diventando ciniche rispetto ai temi sociali. Lei che lavora con i ragazzi nell’Università di Milano è della stessa idea?
I miei giovani sono quelli che hanno deciso di studiare, cosa che a volte può fare la differenza. Non è una questione di istruzione ma di esperienza. Nell’università, ad esempio, ci sono tantissimi studenti stranieri e anche disabili, quindi c’è più convivenza rispetto ad altri contesti: i ragazzi sono abituati a vivere in una realtà dove la diversità è un valore. Quando a inizio anno faccio gli incontri con le matricole, magari con 400 o 500 studenti stranieri, non c’è una sensazione di stranezza per il fatto che il relatore stia sulla sedia a rotelle. Io poi scherzo molto in aula perché, quando siamo noi a rompere il ghiaccio, si infrange il tabù del non dire cose sbagliate.

Un’arma formidabile per comunicare temi come la diversa abilità è proprio l’ironia, magari unità all’uso dei socialnetwok. Il suo impegno civico e il suo libro “Mi girano le ruote” ne sono un esempio. Da questo dobbiamo dedurne che un disabile senza ironia e con poche competenze digitali è perduto?
Direi di sì. Oggi posso comprare moltissime cose on-line, con l’unica differenza che quando non c’era lo smartphon spendevo meno. I social sono un modo per aggirare la barriera fisica e farsi conoscere per quello che sei, soprattutto con chi ha avuto pochi contatti con la disabilità. Scherzando sui social, magari essendo più divertente di altri, si rende più facile comunicare. Quando faccio delle campagne per segnalare problemi mi accorgo che le persone alla lunga si stancano della tristezza, mentre ti seguono di più essendo combattivi e sarcastici. Non è una questione di cinismo ma, proprio perché le persone si identificano con il dolore altrui, vedere sempre la tristezza non li rende felici.

In Italia si parla molto di disabilità ma non sembra che questo basti a sfondare il muro dell’indifferenza. Perché?
Si può citare il caso delle barriere architettoniche. Quando si segnala un problema, ad esempio con un video mentre sei bloccato sul treno, generalmente c’è una grande partecipazione, i “like” e l’indignazione arrivano con una certa semplicità. Di contro, però, c’è sempre da fare i conti con alcune convinzioni: si possono abbattere tutte le barriere architettoniche ma i soldi sono pochi e si sottraggono risorse per bambini, anziani, malati, etc. C’è l’idea che abbattere le barriere voglia dire rinunciare a una spesa in un altro campo a favore di una categoria che, in fondo, è pur sempre una minoranza. Ci dicono di accontentarci di quanto c’è già a disposizione, senza pensare che quando si costruisce a favore dei disabili in realtà si facilita la vita di tutti.

Qual è stato l’aspetto più difficile nello scrivere un libro che parla anche di sé?
Io scrivo quando ne ho bisogno, quando sono particolarmente felice o arrabbiata. Sarà una deformazione professionale ma penso che la scrittura sia una forma di autoanalisi e sono anche convinta che nella mia vita non ci siano cose di cui debba vergognarmi. Quando ho scritto il libro non avevo in mente un fine sociale, mi faceva stare bene e faceva ridere i miei amici. L’unico aspetto che mi ha preoccupato non era l’apertura di sé ma il fatto che i miei genitori siano più riservati. Loro mi hanno sempre ripetuto che con la lingua buona potevo difendermi, dopo il libro mi hanno detto che questa lingua è talmente buona che forse dovrei pensare anche a difendere chi non ci riesce da solo. Io li ho presi in parola e sono diventata sindacalista.

Il prossimo passo è la laurea in Legge?
Mi sono iscritta quest’anno a Giurisprudenza.

Chi è Angela Gambirasio (da imprimatureditore.it): è nata nel 1975 ma non ha nemmeno una ruga, grazie a una misteriosa malattia muscolare che riduce al minimo sindacale la mimica del viso. Sì be’, poi nemmeno cammina, ma non invecchiare ha il suo prezzo. Ha una laurea in Psicologia, un marito da Nobel per la Pace e si occupa di orientamento presso la più grande università di Milano. Diversamente pendolare ma ugualmente incazzata, per recarsi al lavoro ogni giorno fa molta strada, senza nemmeno reggersi in piedi. Cura il blog “Ironicamente Diversi”, ove analizza il comportamento dei normodotati, perché da bambina ha fatto la cavia e il karma gira.

 

Leave a Reply