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La paura e la cultura, con Zerocalcare e Karim Franceschi

La paura dell’Isis si combatte con la cultura. A spiegarlo è l’autore di “Kobane Calling”, il disegnatore romano Zerocalcare, intervistato a fine 2015 dall’Huffington Post Italia. Questo concetto mi è piaciuto subito perché è un esempio di cosa vorrei fosse vero per sentirmi in un mondo migliore.

È un pensiero bello visto che c’è dietro un senso di speranza ma anche fragile, perché la cultura è comunemente intesa come astratta, immateriale, mentre i problemi sono quotidiani, misurabili. Mi viene in mente un’altra frase, tipica di questo periodo di crisi: “Con la cultura non si mangia”; beh, con la paura di solito si digiuna.

Ho deciso di spingermi alla fonte e sono andato direttamente da Zerocalcare per parlare di cultura in senso pratico, perché volevo capire in quale modo dare forma a quel senso di speranza dietro le sue parole. Non ci siamo confrontati a lungo ma l’indicazione di un percorso concreto è arrivata subito: “Bisogna rendere la cultura più pop non nei contenuti ma nella diffusione”.

Sono riuscito a inquadrare questa frase chiedendomi cosa intendere per cultura. A mio parere si tratta dell’insieme delle conoscenze che permette di sviluppare una capacità critica, così da capire cosa sia buono o cattivo, giusto o sbagliato, per sé e per il mondo.

Come è possibile diffonde capacità critica in maniera pop? Cioè in maniera accessibile. La risposta me l’ha data proprio Zerocalcare ma senza accorgersene. Alla fine di un evento pubblico, mentre aspettavo di poterlo intervistare, l’ho ascoltato parlare con i bambini accompagnati dai genitori e con gli adolescenti che gli chiedevano un autografo. A ognuno lui ha chiesto una cosa precisa: “Ma un fumetto che parla di quello che succede a Kobane lo leggeresti”. Apparentemente poteva sembrare una simpatica indagine di mercato sulle sorti del proprio lavoro ma io ci ho visto di nuovo quel senso di speranza. La speranza che con un mezzo pop, per una volta, passasse un messaggio diverso che potesse aiutare a distinguere più facilmente tra bene e male.

La cosa non è poi tanto diversa se dai più piccoli sposto lo sguardo agli adulti. In questo caso mi sono fatto aiutare nel ragionamento da Karim Franceschi, autore del libro “Il combattente”. Karim è un italiano di origini marocchine che a 26 anni è partito da Senigallia per unirsi alle milizie curde contro l’avanzata dell’Isis in Siria. In pratica una persona che ha scelto di combattere su due fronti, quello delle armi e quello della cultura.

Sono andato alla fonte anche in questo caso e ho raggiunto Karim Franceschi a Roma, durante la presentazione del suo libro in un locale affollatissimo e purtroppo anche molto buio (mi scuso per la resa della videointervista, ho fatto del mio meglio).

Anche in questo caso il messaggio è stato breve ma chiaro: “Combattere la narrativa dell’Isis è importante tanto quanto farlo sul campo. Una narrativa tossica che recluta in Occidente tra alienati e disillusi”.

Se ci penso bene, mi accorgo che persone alienate e disilluse si creano proprio in quei contesti dove non c’è più speranza e non c’è più cultura.

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