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La paura di perdere tutto

Non ho mai pensato che le religioni possano darci solo risposte giuste ma col tempo ho capito che proprio le religioni aiutano a porsi le domande corrette e, da giornalista, so bene che le domande sono spesso più importanti delle risposte.

Eccone una: “Nella società attuale, in cui tutti hanno tutto e vogliono trattenere tutto per paura di perdere – il lavoro, la casa – ha senso parlare di ricerca di senso?”.

Questa domanda è stata posta come riflessione nel corso della presentazione del libro “Alla ricerca di Dio, due ricercatori in cammino”, di Albino Ronco e Salvatore Grammatico (autore della postfazione di “Controvuoto”).

Ragionando su queste parole mi sembra chiaro che “paura” e “senso” siano due concetti opposti, anzi, per come è posta la domanda, si capisce che l’uno annulli l’altro e viceversa. A mio giudizio, se si trova la pazienza di riflettere su aspetti apparentemente fumosi come questi, se ne possono trarre conclusioni utili anche nella quotidianità.

Ad esempio, l’intera vita delle persone, quella pratica di tutti i giorni non quella spirituale o morale, è impostata sull’impegno per raggiungere risultati essenziali: studio per trovare un lavoro, lavoro per mantenermi e alla fine mi mantengo per cosa? Ecco un’altra domanda buona.

La risposta è nella ricerca del senso di quello che facciamo e a questo punto non posso più essere generalista ma devo schierarmi, rischiando di non essere condiviso, ma voglio essere coraggioso: se lo scopo dello studio è solo crearsi le basi per avere un’opportunità lavorativa allora lo studio non ha (quasi) senso; se lo scopo del lavoro è solo trovarsi nella condizione di rispondere a bisogni primari (mangiare, avere una casa, avere una posizione sociale) allora non ha (quasi) senso.

Chiunque può dire che la ricerca di un senso, di uno scopo profondo in qualunque cosa si faccia, è in realtà una perdita di tempo. Che si può vivere tranquillamente con più leggerezza senza queste complicazioni anche un po’ distaccate dalla realtà. Purtroppo, però, la ricerca del senso è insita nell’animo umano e quindi, di nuovo, si può decidere di non darsi delle risposte, ma non si può evitare di porsi delle domande.

A orientarmi in questa direzione sono due frasi dell’autore di “Uno Psicologo nei Lager”, Viktor Frankl, citate nel libro di Grammatico e Ronco “Alla ricerca di Dio”: “La capacità di cogliere significato è tipicamente umana e dà forza per affrontare le situazioni più condizionanti ed estreme”; “chi ha un perché nella vita sopporta quasi ogni come”.

Frankl è stato richiuso ad Auschwitz e racconta di aver superato quel dramma cercando un senso nella sua reclusione, che si è concretizzato nell’aiutare i suoi compagni a non suicidarsi con un filo elettrico lasciato lungo il perimetro del campo per chi volesse porre fine alle proprie sofferenze.

Se questo era il suo scopo, però, per ognuna delle persone con cui ha parlato ci sarà stato un senso differente da trovare. Nel libro “Alla ricerca di Dio”, infatti, si capisce che il senso è personale così come la ricerca ma, per fortuna, ha una sorta di minimo comune denominatore buono per tutti: la relazione.

Il senso ha a che fare con la relazione. Potrebbe trattarsi della relazione con qualcosa, come i bisogni primari, con un’entità superiore, come Dio per chi ha fede, ma a mio parere (e anche in questo caso mi voglio schierare con tutti i rischi del caso) trovare un senso in qualsiasi cosa ci riguardi significa trovare una relazione con gli altri. Quindi, secondo me, cercare un senso significa non voler essere soli.

A questo punto mi torna in mente una buona domanda: a che serve questa conclusione nella vita di tutti i giorni? Molto, a dispetto delle apparenze. Se è vero che oggi, nella società occidentale, non dobbiamo confrontarci più con problemi simili ai campi di concentramento, la solitudine è invece una questione senza tempo.

Se perdo il lavoro non perdo solo la capacità di mantenermi e soddisfare i bisogni primari, perdo anche uno status sociale, quello di persona occupata e quindi rispettabile, rischio di sentirmi isolato o di isolarmi. Peggio, chi fa un lavoro senza attribuirgli un senso particolare che definirei “superiore”, slegato dai bisogni primari, finisce per identificare se stesso con il lavoro: “Io sono un giornalista”; non “io faccio il giornalista”. Dunque, la perdita del lavoro corrisponde alla perdita dell’identità e da qui la solitudine.

Se invece il lavoro è inteso anche come il mezzo per realizzare un senso superiore, ad esempio il contribuire al bene della propria famiglia, della società o di chi ha semplicemente bisogno (quindi di creare relazioni fuori dall’io), allora la sua perdita o la sua assenza fa meno paura perché non corrisponde alla perdita di tutto. Vale per il lavoro come per molti altri problemi.

Con questo non voglio farla troppo semplice, anzi, direi che è difficile affrontare certe questioni, ma credo che si possano gestire meglio dandogli il giusto senso e non rinunciando alla relazione.

“Se vuoi andare veloce corri da solo, se vuoi andare lontano corri insieme a qualcuno” (proverbio africano suggerito da Antonella).

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