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Le paure degli astronauti

«È una scelta: ci si concentra più sulle paure o sulle opportunità?». A pormi la domanda è stata Samantha Cristoforetti, prima donna italiana ad andare nello spazio (dal 23 novembre 2014 all’11 giugno 2015).

La sua di risposta, come è facile aspettarsi, è che «per natura e per carattere» ma anche «per esperienza professionale», ci si abitua a concentrarsi sulle opportunità, pur avendo paura.

Da queste parole traggo una prima conclusione: “Nella vita, per fare grandi cose, devi essere un ottimista”.

Il 6 settembre 2015 ero nell’aeroporto militare di Rivolto, in provincia di Udine. Si festeggiavano i 55 anni delle Frecce Tricolori e per l’occasione erano presenti tutti gli otto astronauti italiani. Appena ho saputo di questo evento mi sono chiesto: “Ma piloti e astronauti, simboli del coraggio, avranno pur paura di qualcosa? Come fanno ad affrontare emozioni talmente forti che annienterebbero la maggior parte delle persone? C’è forse un trucco? Devo saperlo!”.

Così sono saltato su un treno armato di telecamera e sono partito. Dopo un viaggio durato tutta la notte e qualche piccola peripezia, il primo incontro degno di nota l’ho fatto alle 5.30 del mattino nella desolata stazione di Basiliano, a pochi km dalla mia meta. Lì ho conosciuto Salvatore, giovane operaio dell’Emilia-Romagna armato di maglietta e cappellino della Pattuglia acrobatica nazionale, che aveva rinunciato anche lui al weekend in famiglia per andare a vedere le Frecce.

Salvatore era arrivato praticamente all’alba per riuscire a prendere i primi posti e sedersi proprio vicino alla pista di decollo. Per essere sicuro di stare davanti avrebbe razionato al minimo cibo e acqua in modo da non dover andare in bagno fino a sera. Sembrerà strano ma io ho invidiato Salvatore perché lui ha dimostrato di avere una vera passione nella vita e per questo di avere un buon motivo per essere ottimista. Lui non lo sa ma a Samantha Cristoforetti risulterebbe simpatico.

Diciamo che quel sabato me la sono proprio andata a cercare. Io, che addirittura ho scritto un libro grazie alla mia paura di volare, vado a fiondarmi proprio tra migliaia di appassionati di acrobazie aeree. E non finisce qui. Nel giro di poco ho capito che se ti trovi un astronauta davanti rischi di fare dei paragoni e il risultato può essere preoccupante. Se poi l’astronauta in questione è Paolo Nespoli, allora la cosa si complica. Verso le 11 del mattino, a pochi metri da me, mi sono ritrovato un ufficiale di un metro e novanta, fisicamente ineccepibile, che nella vita è andato nello spazio ben due volte, nel 2007 e nel 2010. Come se non bastasse, l’ingegnere milanese ha deciso di festeggiare i suoi 60 anni raggiungendo per la terza volta la Stazione spaziale internazionale, così, giusto per rivedere i vecchi amici.

«Io sono una persona che prova, che sperimenta, anche se non sono un’incosciente. Tutti pensano che andare nello spazio sia una cosa complessa, difficile, pericolosa e di fatto lo è, ma se si arriva sulla navicella preparati, con l’attitudine e l’addestramento giusti, si riesce nelle cose che possono sembrare impossibili. Questo vale nella vita di tutti i giorni, è l’incoscienza che ci porta verso i problemi, mentre con l’attenzione si possono realizzare le cose più difficili se ci mettiamo preparazione, criterio e professionalità».

Il senso di questo discorso lo abbiamo ascoltato spesso. Magari un genitore, un maestro, un fratello che voleva incoraggiarci a dare di più. A essere sinceri, però, chiunque è in grado di farselo scivolare addosso, pensando che nella vita vera le belle parole non servono. Con tutto il cinismo dominate che ci circonda è difficile credere che l’impegno sia sempre premiato.

Sul treno del ritorno, dopo una giornata disorientante, ho riflettuto sul fatto che anche a me questo discorso è stato rivolto un’infinità di volte, ma non lo aveva mai fatto Paolo Nespoli. Se è uno come lui a spronarti in questo modo non puoi bollare le sue parole come retoriche e convincerti che la realtà è un’altra storia. Se un astronauta in carne e ossa ti dice che tutto è possibile cominci a pensare che forse almeno mezzo metro sopra la mediocrità puoi provare a spingerti.

Dunque, ecco cos’è un simbolo: qualcuno che può ispirarti a dare di più ma anche instradarti verso una delusione. Chi può dirlo? In fin dei conti Paolo Nespoli è uno su sette miliardi e tra me e lui ci sono anni luce di distanza.

Poi, però, ci sono gli altri, gli altri simboli: persone curiose, “che provano e che sperimentano”, come dice Nespoli, mettendoci “attenzione, criterio” e impegno per realizzare cose importanti.

A pensarci bene tra mezzo metro sopra la mediocrità e le stelle ci sono ben più di una persona su sette miliardi. Intendo chi, come fanno gli astronauti, trasforma la paura in opportunità: la paura di realizzare i propri sogni, la paura della diversità, la paura di condividere, la paura di essere migliori.

Alla fine penso di aver capito quale sia il trucco. Gli astronauti non sono uomini o donne che decidono di andare tra le stelle ma alieni giunti dallo spazio per indicarci la via.

di Antonio Jr Ruggiero

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